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Calcio a mano armata: fuori tutti dagli stadi
Di La Redazione (del 27/11/2007 @ 11:54:56, in Editoriale, linkato 868 volte)
E’ una storia senza fine, quella dell’escalation di violenza, che investe il mondo del pallone. L’ultima vicenda balzata alle cronache, è il caso del tifoso laziale, ucciso da un agente, durante una rissa in Autogrill, scatenata con un gruppo di giovani di diversa “fede” calcistica. Un episodio tra tanti, che dimostra quanto il binomio calcio/violenza, occupi periodicamente le pagine di cronaca. Il classico “scarica barili” all’italiana, in questi momenti funziona a meraviglia: invece di tracciare una via d’uscita anche provvisoria ma immediata e seria, nelle chiacchiere dei processi tv, le voci dei protagonisti annegano nel puntarsi il dito contro.

La responsabilità, per i presidenti delle società è sempre da additarsi a pochi ultrà facinorosi, per gli ultrà all'eccessiva “visibilità” in assetto antisommossa delle forze dell'ordine, per le forze dell’ordine ad una politica incapace di adottare misure adeguate, per la politica (così il cerchio si chiude), ai presidenti delle società conniventi con queste realtà, e forse più. Per l’opinione pubblica, la colpa è di tutti e di nessuno, e in sostanza, basta far versare le lacrime dovute ai parenti delle vittime, scattare belle foto della folla commossa ai funerali, fermare l’ingranaggio malato per 7 giorni, e “the show must go on”. Tutto torna esattamente come prima. Tanto vale la vita di una persona in Italia, quella settimana d’ipocrisia mediatica e poi il dramma sfiorisce nel dimenticatoio. Nessuno più ne parla. Almeno fino alla prossima tragedia.

Non penso sia eccessivo definire questa situazione grottesca che si materializza ogni qual volta “scappa il morto”, in maniera arendtiana, il riflesso fedele di quello che la pensatrice tedesca chiamava “la banalità del male”. Assenza di giudizio, mancanza di senso critico e di coscienza morale: questo è il male. Il male radicale è dimenticare le azioni appena commesse, litigare sull’ideologia giusta o sbagliata, senza mettere in atto una soluzione concreta. Togliamo lo sport ai violenti e restituiamolo ai tifosi.

Iniziamo a concederci il giusto tempo per pensare il da farsi, chiudendo le porte degli stadi un annetto. In questo tempo, invece di chiederci se quest’atto contro la bellezza dello sport, lede la sensibilità dei veri tifosi (i veri tifosi ora sono più lesi dalla costrizione di vedere la partita sul digitale terrestre, con il timore di prendere allo stadio un motorino in testa), stiliamo delle norme semplici e attuabili. biglietti vanno venduti solo a chi presenta un documento. Ad ogni nominativo assegniamo un posto numerato, con l’obbligo di occuparlo esclusivamente. Muniamo tutti gli stadi di telecamere per identificare chiunque in qualsiasi momento. Avere ognuno sotto il controllo degli occhi delle telecamere, permetterebbe di rinunciare sia alle barriere umane (poliziotti), sia a quelle non-umane (fossati e recinzioni), che fanno dello stadio una sorta di campo d’internamento. Infine, condiamo il pacchetto, con pene certe per chi non segue le regole: ai violenti diamo un carcere “serio”, ai semplici disobbedienti neghiamo lo stadio a vita, per gli altri (i veri tifosi), ci sarà solo da gustare uno spettacolo vissuto in piena tranquillità.

Sicuramente anche le nostre sono “chiacchiere” mediatiche, e finiranno nel dimenticatoio dell’etere, ma almeno questa volta possiamo dare a quella piccola e sempre pulsante parte di noi, la nostra coscienza, il merito di aver ragionato con una facoltà di pensiero libera e critica.

Caterina A. Stuppia